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"Eleganti Inquietudini" di Renato D'Onofrio

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Irene Albano, eleganti inquietudini

Coloro che sostengono di sapere con precisione quale sarà il proprio destino tra qualche anno, credo che ignorino la complessità delle cose reali che potrebbero accadere. Una quindicina di anni fa, Irene Albano ancora non aveva scoperto le proprie qualità di pittrice e la sua capacità di ricercare in un campo sconfinato. Da insegnante di Lettere si è ritrovata pittrice impegnata a rappresentare con linguaggi personali la fenomenologia che più le interessa quotidianamente.


Credo che dentro ognuno di noi ci siano “fiumi carsici” che, quando meno ce lo aspettiamo, emergono con una intensità rispetto alla quale rimaniamo increduli persino noi stessi. Irene Albano ha scoperto di avere il “fiume” della pittura in età matura e forse proprio la maturità culturale, sostanzialmente umanistica, le ha consentito una ricerca intensa e una produzione notevole anche sul piano della qualità.
Dagli iniziali paesaggi  surreali in cui rappresentava una natura paradossalmente morta nonostante fosse biologicamente viva, la Albano è passata ad una breve esperienza di ceramista che tuttavia non si può considerare compiuta visto il precoce abbandono. La denuncia della natura continuamente minacciata, la pittrice la esprime con fiori ampi e colorati ma con inquietanti macchie già foriere di “morte” che esprimerà in forme inequivocabili quando rappresenterà fiori a grandezza reale ma decisamente fossilizzati sulle tele che fanno solo da supporto. E’ questo il periodo in cui Albano produce fiori a guisa di scultura posti su tele, elementi che sembrano strani reperti di paleobotanica o forse solo forme che evocano fiori? Con queste opere il messaggio si fa ancora più chiaro: la natura è minacciata e le strane coperture gelatinose e filamentose portano la mente a chissà quale catastrofe naturale prodotta da un uomo che nel volgere di soli due secoli ha cambiato il mondo più di quanto non avesse fatto fino agli inizi dell’Ottocento. All’interno di questa ricerca, la pittrice inserisce un altro filone che però vede la produzione di poche opere. Rappresenta volti femminili di antica bellezza, con ovali semplici, occhi grandi e labbra carnose, persino erotiche. I volti però non sono mai interi ma scomposti e successivamente accostati anche se tra loro slittati. Forse si tratta di una inconscia continuazione del messaggio catastrofico dei fiori fossilizzati: così come questi rappresentano la natura minacciata e sovente distrutta, il volto femminile sebbene mai sfregiato o tumefatto, è scomposto per non essere più quello iniziale, quello “sacro” unico e irripetibile di madre natura. O le scomposizioni vogliono denunciare il continuo ricorso a forzate chirurgie plastiche che, quando non sono terapeutiche, finiscono con lo stravolgere la Bellezza, qui intesa divina? E come se la Albano ci volesse dire che non tutto ciò che la scienza sa fare è eticamente giusto realizzare se non come estrema forzatura della fenomenologia del Creato.
Pur rimanendo legata allo stesso tema, nell’ultimo filone di ricerca la Albano produce ampi dipinti su tavola in cui oltre alla distruzione della natura rappresenta la solitudine che evidentemente aumenta la disperazione. Sono tavole che più delle opere precedenti mettono inquietudine anche se con l’eleganza che caratterizza l’intera produzione. In ampi campi dai colori surreali, un fiore “fossile” posto al centro o su un margine restituisce l’immagine di un mondo desolato causato dall’uomo e che lo porterà alla disperazione se non prenderà le giuste precauzioni in tempi brevi, prima che sia troppo tardi. Accanto a questa ricerca vi è la produzione di tavole completamente astratte, fatte solo di materia variamente colorata a grana grossa, quasi “bocciardata” e a tratti “macroforata” che l’autrice ottiene con tecniche miste. Si tratta di opere che rimandano per affinità estetiche ad una certa “arte povera” con le quali la Albano sembra evocare suoli altri che tuttavia sono già del nostro pianeta, non di altri. Esse rappresentano suoli inquinati, bruciati, desertificati, privi della più elementare forma di vita e il nome “Combustioni” dato a queste opere, oltre a richiamare l’uso di fiamma ossidrica nella complessa tecnica mista impiegata, è  emblematico dello stato in cui è già parte del Creato.
Irene Albano non ha ancora abbandonato il tema iniziale ma da instancabile ricercatrice sta sperimentando altre tecniche per ottenere ancora nuovi effetti formali e cromatici. Le sue ultime tavole vedono la rappresentazione di fossili floreali al negativo e non più al positivo come quelle viste fino ad ora. Una tavola caratterizzata da un rosso – arancio, presenta forme che rimandano a “calchi di fossili vegetali” sparsi, quasi fosse un reperto di paleobotanica, una sorta di “strappo” di terreno che serba le tracce di un mondo perduto ancorché  “chimicamente” modificato. Come abitante di questa Terra, tuttavia, mi piace pensare che quello di Irene Albano sia un “pessimismo storico e non cosmico”, derivante solo dagli abusi prodotti dall’uomo e a cui l’uomo stesso saprà porre rimedio. Speriamo bene.  
Su un tema apparentemente scontato, persino diffuso se si riflette sulla moltitudine di esperienze artistiche che si cimentano, dal cinema al teatro, dalla musica alla letteratura alla stessa pittura, Irene Albano riesce ad inquietare pur con straordinaria eleganza, quella che stimola lo spettatore a porsi di fronte alle opere e che induce vari galleristi a ospitarle senza indugi, ben oltre i confini della Basilicata e dell’Italia.

                                                                                                                              Renato D'Onofrio architetto